Storia

 

Le origini di Montelungo sono antiche e si perdono nei tempi bui dell’Alto Medioevo. Una storia millenaria indissolubilmente legata alla sua strada, conosciuta nei secoli come via di Monte Bardone, via Francigena, via Romea, o strada della Cisa.

Ancora oggi, il Passo della Cisa è un valico di grande importanza per le connessioni sociali, economiche e commerciali di Toscana ed Emilia, in particolare fra la Lunigiana, aspra e boscosa e i pendii declivi  del versante parmense che si perdono verso la pianura.

Ancora oggi, chi si troverà a transitare da quelle parti noterà come, valicando il Passo, si abbia l’impressione di varcare il confine tra due regni diversi, in cui le differenze orografiche possono essere considerate il simbolo di due pezzi di Italia così vicini eppure così lontani per come la loro storia si è sviluppata.

Nel mezzo, la montagna, la cresta appenninica, lo spartiacque di due mondi che si chiamano fiume Po’ e fiume Magra, Adriatico e Tirreno. Il Nord e il Sud quindi, ma anche l’Est e l’Ovest, in una contrapposizione che abbraccia simbolicamente tutta l’Italia.

In passato un pellegrino, un commerciante, un generale con le truppe al seguito, o addirittura un re, che dalla val padana fosse diretto a Roma o viceversa, si trovava costretto ad oltrepassare la montagna.

E la montagna un tempo era un ostacolo importante.

Oggi l’autostrada A15 letteralmente “buca” l’Appennino, addomesticandolo, ingannandolo e togliendo ai viaggiatori molte delle suggestioni che probabilmente addensavano la mente di chi, a piedi o a cavallo, affrontava i sentieri e le stradine che portavano da un versante all’altro.

Bufere e tempeste di neve, pioggia, fulmini, animali in caccia, uomini di malaffare, erano incontri probabili.

Fatica, fame, freddo e fede erano compagni di viaggio inevitabili.

La fede, fra le altre cose: perché gli uomini, a quel tempo, erano ancora capaci di chiedere a Dio la grazia di arrivare vivi alla fine della giornata e di potersi svegliare altrettanto integri la mattina successiva. La stessa fede che, da sola, poteva costituire un valido motivo per mettersi in viaggio e rischiare tutto pur di arrivare a Roma.

 

Montelungo quindi nasce sulla strada della Cisa. Nasce per la strada della Cisa e per coloro che da essa transitavano. Un posto sicuro, un riparo, un luogo per rifiatare e per pregare, perché non c’è riposo del corpo senza ristoro dell’anima.

Ed ecco allora l’altro fondamentale aspetto della storia di questo paese: il legame con la sua Chiesa.

Fin dall’epoca longobarda infatti Montelungo fu un importante centro religioso amministrato dai monaci Benedettini i quali qui fondarono anche un ospedale (xenodochium) in cui davano cura e ristoro a chi lo richiedeva.

A dimostrare quanto antica sia l’amministrazione benedettina su queste terre è il Diploma di Adelchi, del 772 d.C. In questo documento il principe longobardo conferma all’Abbazia di San Salvatore di Leno la concessione del Monastero di Montelungo 1.

Con la conquista del regno Longobardo ad opera di Carlo Magno, anche i monaci del monastero di Bobbio ricevettero possedimenti nella zona di Montelungo. Il sovrano stesso infatti dona al monastero “Silva nostra cum corte illa ibidem sita, quorum vocabulum est Monte longo, cum omnibus adiacentiis2.

Tuttavia sappiamo che nel 851, nel 861 e nel 865, nei diplomi degli imperatori del sacro romano impero Lotario e Ludovico II, viene confermata l’amministrazione dello xenodochio di San Benedetto situato lungo la strada di Monte Bardone all’Abbazia di Leno, di cui all’epoca era badessa Gisela, rispettivamente figlia e sorella dei due sovrani.

 

In considerazione di queste fonti, alcuni storici locali hanno ritenuto che Montelungo possa comparire già nell’unico documento epigrafico altomedievale esistente per questo territorio: la lapide conservata nella chiesa di San Giorgio di Filattiera, che commemora il trapasso del corepiscopo Leodgar, avvenuto nel 752, esaltandone l’intensa opera di catechizzazione e diffusione del cristianesimo.

Nel settimo versetto dell’epigrafe infatti si legge “Benedicti almifici fundavit dochium aula”. Ubaldo Mazzini identificò nel “dochium”, l’ospedale di San Benedetto in Monte Bardone sopra Pontremoli, anche in forza delle citazioni successive che si riferiscono allo xenodochio di Montelungo3.

Se così fosse, Montelungo potrebbe essere il primo sito del pontremolese ad essere citato in documenti altomedievali, in secoli nei quali ben poco sappiamo anche della storia del resto della Lunigiana.

 

Tra il 990 ed il 994 il paese è inserito fra le mansiones dell’Itinerarium di Sigerico, che è la relazione di viaggio più antica in riferimento alla Via Francigena. Il 12 maggio 1014 si fa ulteriore menzione nel diploma di Enrico II a favore dell’Abbazia di Leno, dove tra le altre pertinenze compare lo “xenodochio Sancti Benedicti in monte Longo” con “ duas partes de strata de Ponte Tremulo4.

Nei secoli che seguono le citazioni si fanno sempre più frequenti a dimostrazione dell’importanza del sito per chiunque affrontasse la via della Cisa o, valicato il passo, cercasse un punto di ristoro prima di scendere a valle.

La collocazione privilegiata a ridosso di un passo fondamentale per le comunicazioni tra la padania e l’Italia centrale non evitarono però a Montelungo di subire pesantemente le conseguenze della collocazione in un’area estremamente fragile dal punto di vista geologico. Il paese di oggi, infatti, diviso tra le Ville di Montelungo Superiore e Inferiore, non è lo stesso di cui si parla nei documenti medioevali. Il nucleo abitativo antico infatti era posto ad Oriente rispetto all’attuale, nel luogo oggi detto Valfondia. Nel 1555 esso fu travolto da una grandissima “libia”, ovvero un imponente smottamento di terreno che lo seppellì interamente, costringendo gli abitanti “a ritirarsi nel sito dove è presentemente” 5.

 

L’attaccamento che i paesani dovevano avere verso il proprio luogo natìo emerge da quanto leggiamo dagli Estimi del Comune di Pontremoli. Negli anni compresi tra il 1508 e il 1533, precedenti alla devastazione del paese antico, risultavano presenti ben 13 fuochi o nuclei residenti e proprietari. La situazione all’anno 1559 propone 14 fuochi, che diventano 21 nel 1588, toccando un vertice non più raggiunto nei secoli a venire5, a dimostrare che le varie famiglie non hanno abbandonato la loro terra, nonostante le notevoli difficoltà che avrebbero dovuto sostenere anche nei secoli successivi, quando come nel 1746, si dovettero fronteggiare  gli effetti di un nuovo grande sommovimento del terreno che interessò “tutto quel tratto di sito che è dal Castellano sino al fondo del Roncho per la lunghezza e la larghezza dall’Osteria sino alla cima degli Acqualini6.

 

E così, di generazione in generazione, si sono conservati i nomi delle famiglie che hanno abitato qui: Orefici, Battaglia, Pinelli e Rosa.  Essi, insieme ai nuclei perduti che via via hanno vissuto a Montelungo, sono stati testimoni nel tempo di vicende importanti, da sempre orgogliosi della loro identità paesana e del proprio passato.

Oggi, la modernità ha lanciato la sua sfida anche a questo paese. Molte cose sono cambiate ed è necessario aggiungere nuovi entusiasmi che ridiano un senso attuale a valori un tempo tanto importanti.

Di sicuro oggi, come ieri, Montelungo non può  rinunciare al proprio passato,  ma deve puntare a valorizzarlo e arricchirlo senza disgiungere le prospettive future da quella Strada e da quella Chiesa che ne hanno determinato, nei secoli, la vittoria sull’oblio del tempo.